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La cliente della pausa pranzo – parte II caffè e i

La cliente della pausa pranzo – parte II caffè e i
Ero più che mai intenzionata a chiavarmi il commesso. Mi sveglia di buon ora, feci una buona colazione abbondante e mi recai in fretta e furia in ufficio. Dovevo sbrigare al più presto tutte le mie faccende così da liberarmi il prima possibile. L’attesa mi stava consumando, ero distratta e facilmente alterabile. Non mi era mai capitato a questa età di essere in queste condizioni per un uomo, figurarsi per un ragazzino. Mi ero vestita di tutto punto per l’occasione; tacchi alti neri incastonati di pietrine che risaltavano i miei piedi maturi ma ancora lisci e morbidi. I miei piedi erano poi velati il calze autoreggenti che salivano fino alla vita dove stringeva la mia gonna aderente. Sopra la giacchetta corta di maniche, facile da sbottonare all’occorrenza e un reggiseno fine a contenere le mie coppe tonde e più che mai desiderabili. Terminai le mie mansioni intorno alle 12, quindi scesi di fretta dalle scale e recuperai la mia bicicletta. Durante il tragitto non notai nemmeno lo sguardo sbavante dei passanti, che probabilmente intravedevano tra le gambe la mia lingerie di pregio e i miei piedini che nella pausa tra una pedalata e l’altra si mostravano in punta in tutto il loro splendore. Legai la bici ed entrai nel negozio.

Come sempre era ancora abbastanza movimentato nonostante l’ora e trovai subito quello che stavo cercando. Con la scusa di trovare un giocattolino visto sul catalogo per mio figlio, mi feci accompagnare nel reparto più isolato e dopo 20 minuti in cui non lasciavo andar via per un’attimo il commesso presi coraggio e invitai il giovane per un caffè al bar all’angolo della piazza. Parve sorpreso ma accettò di buon grado, quindi mi avviai con la sua promessa di raggiungermi di lì a pochi minuti.

Mi sedetti al bar e nell’attesa ordinai un drink, che divennero due, poi tre.. Ero brilla e stavo per andarmene quando finalmente arrivo il il ragazzo, scusandosi per il ritardo. Era accompagnato da una donna che mi disse essere la madre. La donna lavorava ai margini della città e ogni tanto andava a trovare il figlio nella pausa pranzo. Mi saluto freddamente non scollandomi gli occhi di dosso. Aveva forse poco più dei miei anni, fisico sodo e formoso, una bellissima donna. Anche lei era un’amante del tacco a spillo, abiti succinti e accessori , come quei sui guantini in pelle nera adornati d’argento che sfoggiava quel pomeriggio. Mi complimentai con lui per avere una così bella mamma ma la donna non mi parve molto felice di questo i,contro, anche se apparentemente innocuo, tra me e suo figlio.

“Dai mamma, vai o farai tardi.. grazie di essere passata”. La donna lo guardò torvo, poi i suoi occhi si addolcirono e volgendomi il suo sguardo fisso accarezzo con le mani bianche e curate i capelli del figlio con un movimento vagamente sensuale, si avvicino alla sua guancia e gli diede un caloroso bacio sulla guancia, sfiorandogli appena il lato del labbro e lasciandogli una tracia di rossetto rosse. “Ciao caro, chiamami più tardi”, e si allontanò muovendo a ritmo dei suoi tacchi il sedere come fosse un’onda sul mare, con un’eleganza infinita.

“Chiedo scusa, ho avuto difficolta a liberarmi” mi disse. Io, ormai più che brilla risposi ” non preoccuparti ragazzo, hai proprio una bellissima mamma”. Effettivamente era così, nonostante il suo sprezzo e sguardo di sfida nei miei confronti ero rimasta affascinata da quella donna, tanto da informarmi tra un discorso e l’altro di dove avesse esattamente la sua attività. La chiacchierata fu piacevole, mi sembrò di tornare ragazza per un ora abbondante. Al momento dei saluti, ormai in confidenza con ragazzo che per tutto il tempo anche se non mostrava timidezza aveva passato il suo sguardo dai miei piedi ai miei seni, lo invitai per un aperitivo una sera di quelle. Lui mi rispose che era fidanzato (cosa intendeva dire? ) e che raramente riusciva a liberarsi, ma il martedì seguente la fidanzata sarebbe partita per 2 giorni con la sorella all’estero e che quindi se per me andava bene sarebbe stato disponibile molto volentieri.

Dopo esserci dati appuntamento lo salutai con una carezza, non riuscivo ad andare oltre, forse per via di un’improvvisa timidezza. Lui tornò in negozio ed io ripresi con la mia bicicletta la via dell’ufficio. Al mio rientro trovai Evelin, la mia compagna di trasgressioni. Con le mi raccontavo tutto ma decisi di tenere segreti gli eventi di quel giorno. Notò subito che ero strana e girata la chiave della porta dell’ufficio mi propose un massaggino alle spalle col suo nuovo olio esotico. Mi feci trasportare in quel libo di piacere che racchiudevano le sue mani e in breve ci trovammo a 69 a leccarci i piedi ancora vestiti di tacchi e zeppe, sdraiate sulla scrivania. Mi sentivo grondare di liquido vaginale e chiedi ad Evelin di penetrarmi con tre dita fino a farmi schizzare, bagnando tutti i suoi documenti. “Monica ma che hai stai attenta!” ma non la sentivo, dopo il mio orgasmo ebbi bisogno di qualche istante prima di riconnettere la mente e distogliere il pensiero dal giovane e dalla sua bella mamma

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